Protostoria
Il patrimonio archeologico di Fonni è noto da tempo per il numero dei siti, ma soprattutto per la loro monumentalità e importanza. Il territorio vanta un ampio elenco di monumenti e testimonianze archeologiche che mostrano una presenza umana continua dal Neolitico all’età nuragica. Il territorio è costellato da numerosi siti che offrono uno spaccato significativo delle culture preistoriche dell’isola, in particolar modo per le diverse fasi dell’età nuragica.
Per le fasi più antiche si contano 8 necropoli di tombe del tipo domus de Janas, testimonianza dei gruppi che popolarono la zona nel Neolitico. Le principali sono: Frumini de Bidda, Funtana Gannunele, Isterridorzu, Oriseguro, Orrui, S’Erdade, Serra Oddorai, Tanca Manna.
Anche l’età del rame è rappresentata da almeno 6 menhir che si dispongono principalmente nell’area di Tramassunele, Coccolone, San Michele. Invece per le fasi iniziali dell’età del bronzo sono note due sepolture megalitiche del tipo allée couverte a San Michele e Tramasumele.
Ma le tracce più ricche e monumentali sono quelle relative all’epoca nuragica, per la quale si conoscono dalle fonti almeno 45 nuraghi, solo 25 dei quali oggi rintracciabili, che testimoniano un particolare interesse delle genti nuragiche per questo territorio. Tra questi se ne contano ben 5 del tipo a corridoio e 7 complessi.
Tra i nuraghi complessi si citano il nuraghe Dronnoro, oggetto di restauri e consolidamenti in tempi recenti, e il nuraghe Logomache, indagato da Lilliu alla fine degli anni ‘70.
Non mancano testimonianze degli aspetti funerari della cultura nuragica come le tombe di giganti, delle quali restano ben 14 esempi, che comprendono alcune delle più interessanti dell’isola, come quelle di Madau e Bidistili.
La religiosità delle comunità protostoriche insediate nel territorio di Fonni è ben rappresentata dai luoghi di culto, tra i quali si annoverano la fonte sacra di Nole, il complesso cultuale di Talesso, ma spicca sicuramente il noto santuario di Gremanu, tra i più importanti della Sardegna ed esempio unico di ingegneria idraulica.
I monumenti archeologici di Fonni mostrano uno stato di conservazione generalmente buono. Tuttavia diversi siti sono stati, e purtroppo continuano ad essere, oggetto di scavi abusivi e spoliazioni che ne hanno causato parziale distruzione o degrado.
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Storia romana
Fonni. Il contributo dell’epigrafia
Nel territorio di Fonni le ricerche archeologiche pertinenti all’ambito romano e tardoromano si limitano in linea di massima all’importante insediamento di Sorabile, indagato parzialmente solo durante l’Ottocento ed oggi purtroppo in stato di completo abbandono.
In assenza di ulteriori elementi resta complicato ricostruire il tessuto insediativo gravitante intorno alla stazione dell’aliud iter ab Ulbia Caralis: da questo punto di vista si rileva particolarmente prezioso l’apporto delle iscrizioni latine, notoriamente piuttosto limitate nella Sardegna interna ma con esempi interessanti e diversificati proprio nel territorio di Fonni.
La testimonianza epigrafica più importante è senza dubbio costituita dalla dedica a Diana e Silvano, numi tutelari del bosco sacro di Sorabile, posta da Gaio Ulpio Severo, governatore della Sardegna all’inizio del II secolo d.C.: l’iscrizione, realizzata in una lastra di calcare giuntaci mutila e frammentaria, suggerisce l’esistenza di un culto chiaramente romano nei pressi di Sorabile e indubbiamente di un certo rilievo se il dedicante è la massima autorità provinciale.
Un ulteriore importante testimonianza è costituita da un cippo di confine opistografo, cioè inciso sulle due facce opposte del supporto, rinvenuto presso la fonte di Tarunele, all’interno del centro abitato e oggi esposto presso i Musei Nazionali di Cagliari: su un lato sono ricordati i Celes(itani), sull’altro i Cusin(itani), due gruppi etnici autoctoni stanziati dunque a brevissima distanza da Sorabile ed evidentemente confinanti tra loro. Si tratta verosimilmente di due di quelle comunità non urbanizzate (civitates) della Barbaria sarda documentate in età imperiale.
Più recentemente è stato rinvenuto un secondo cippo dei Celes(itani), oggi reimpiegato nella pavimentazione di un’abitazione privata ma proveniente dalla località Govossai, un paio di km a est di Fonni. Se accettiamo la veridicità del contesto originario delle due iscrizioni è possibile localizzare queste popolazioni immediatamente a sudest della stazione, mentre le terre dei Cusinitani sarebbero individuabili più a ovest.
La delimitazione dei confini territoriali delle due civitates, per quanto difficilmente databile con precisione, è forse parte di un più progetto di più ampio respiro volto alla valorizzazione delle aree interne e che potrebbe essere avvalorata da altri due reperti epigrafici di Fonni, entrambi conservati presso i Musei Nazionali di Cagliari e indizi di possibili concessioni di proprietà a privati: il primo è il signaculum di Claudia Galla, un vero e proprio timbro in bronzo utilizzato per imprimere un marchio su merci e prodotti di ogni genere, per esempio contenitori ceramici di derrate alimentari oppure laterizi e che dunque suggerisce un’attività produttiva nella zona.
Un frammento di diploma militare, pertinente a un anonimo classiario congedato durante il principato di Caracalla, all’inizio del III secolo d.C., potrebbe confermare l’assegnazione di appezzamenti anche ai veterani, non necessariamente originari di quel preciso areale: questa soluzione permetterebbe di meglio comprendere l’anomala distribuzione geografica dei diplomi sardi, quasi tutti provenienti dalle aree extraurbane della Sardegna centrorientale, evidentemente quelle meno popolate e con una maggiore disponibilità di terre da valorizzare.
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Storia romana
Fonni. L’insediamento di Sorabile
L’insediamento di Sorabile costituisce la stazione più interna dell’aliud iter ab Ulbia Caralis ed è identificabile con il complesso edilizio rintracciato alla periferia nordorientale di Fonni, immediatamente ad ovest della carreggiata della SS 389, a circa 900 metri s.l.m., indagato da Filippo Nissardi nel biennio 1879-1880: gli scavi ottocenteschi hanno parzialmente messo in luce una quindicina di vani quadrangolari che si affacciano sul lato meridionale e orientale di un cortile centrale, evidenziando persino tracce di pavimentazione musiva forse riconducibili ad ambienti termali. I limiti della metodologia di scavo, l’assenza di ulteriori indagini stratigrafiche e lo stato di totale abbandono complicano l’interpretazione e l’inquadramento cronologico del sito, ma l’identificazione con la stazione citata nell’Itinerarium, già accolta nella prima metà dell’Ottocento, trova preziose conferme nella straordinaria continuità toponimica dell’areale in questione e nella ben nota dedica a Diana e Silvano, divinità protettrici del bosco sacro di Sorabile, probabilmente rinvenuta in pieno centro abitato e che potrebbe suggerire l’esistenza di un luogo di culto connesso alla stazione.
Sul piano topografico l’insediamento occupa una posizione centrale all’interno del reticolo viario circostante: il sito era facilmente raggiungibile da nord direttamente dalla regione di Sa Itria (Gavoi), attraverso un percorso pressoché rettilineo coincidente con quello delle transumanze e dei pellegrinaggi religiosi proprio verso Gavoi e Mamoiada e, parzialmente, con un tratto della SS 389. Emerge inoltre la chiara esistenza di percorsi complementari e di tracce di viabilità secondaria verso la media valle del Tirso a ovest e verso il passo del Correboi e l’Ogliastra in direzione sudest.
L’organizzazione territoriale della regione gravitante intorno a Sorabile è meglio decifrabile grazie all’apporto dell’epigrafia, notoriamente piuttosto limitata nella Sardegna interna ma con interessanti esempi proprio nel territorio di Fonni: un cippo confinario recuperato presso la fonte di Tarunele, all’interno del centro abitato, menziona i Celes(itani) e i Cusin(itani), due popolazioni evidentemente stanziate a brevissima distanza da Sorabile e confinanti tra loro; la definizione dei confini delle due comunità, per quanto difficilmente databile con precisione, è forse parte di un riassetto di più ampio respiro che potrebbe trovare un valido riscontro nelle possibili concessioni di lotti di terra a privati come l’anonimo marinaio congedato durante il principato di Caracalla, a cui apparteneva il diploma recuperato nei pressi del nuraghe Dronnoro, oppure come Claudia Galla, proprietaria di un sigillo in bronzo che potrebbe suggerire l’esistenza di possedimenti fondiari nella vicinanze della stazione.
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Storia romana
Fonni. La dedica del bosco sacro di Sorabile
Tra le testimonianze romane del territorio di Fonni si registrano alcune preziose iscrizioni latine di età imperiale, in gran parte provenienti dalla regione di Sorabile.
Tra queste risulta particolarmente importante una lastra in calcare, frammentaria e mutila, scoperta nel 1929 all’interno del centro abitato e oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale Giorgio Asproni di Nuoro.
Il testo latino è stato integrato in questo modo: [Di]ana[e et] Silvano / [n]emoris Sorabensis / C(aius) Ulpius Severus / proc(urator) Aug̣(usti) / praef(ectus) prov(inciae) S[ard(iniae)].
La traduzione è la seguente: (Dedica) a Diana e Silvano del bosco sacro di Sorabile (da parte di) Gaio Ulpio Severo, procuratore di Augusto e prefetto della provincia di Sardegna.
Si tratta di un’iscrizione sacra offerta a Diana e Silvano, divinità del bosco sacro di Sorabile: il dedicante è Gaio Ulpio Severo, governatore provinciale della Sardegna all’inizio del II secolo d.C.
L’importanza dell’iscrizione è costituita innanzitutto dal fatto che si tratta dell’unica testimonianza epigrafica che ricorda esplicitamente l’insediamento di Sorabile, documentato nell’Itinerarium Antonini come una delle stazioni intermedie dell’aliud iter ab Ulbia Caralis: il rinvenimento dell’epigrafe, per quanto decontestualizzato, conferma dunque la localizzazione di Sorabile nel territorio di Fonni e in particolare nel complesso archeologico indagato soltanto nell’Ottocento.
Allo stesso tempo la dedica suggerisce la possibile esistenza di un santuario consacrato a Diana e Silvano, due popolarissime divinità romane di antica tradizione italica, afferenti alla caccia, ai boschi, ai pascoli e più in generale ai vari aspetti della vita rurale. Il culto, che secondo alcuni studiosi potrebbe essersi sovrapposto a uno più antico di tradizione autoctona e preromana, doveva essere particolarmente importante in età imperiale se a compiere l’omaggio fu proprio il governatore della provincia durante uno dei suoi spostamenti dalla sua sede di Carales (Cagliari). La sua presenza in piena Barbaria, nella regione più interna e montuosa dell’isola, conferma la profonda romanizzazione della regione in età imperiale, ben inserita nel sistema viario della provincia.