Meana Sardo, borgo di circa 1.600 abitanti situato ai piedi del monte Sant’Elia, si adagia su un’altura nel cuore della Barbagia di Belvì, tra vallate boscose e paesaggi modellati dal granito. La sua economia, storicamente agro-pastorale, è andata aprendosi negli ultimi decenni a percorsi di valorizzazione culturale, turistica e agroalimentare. Il paese conserva un’identità rurale marcata, rafforzata dalla presenza di un patrimonio archeologico diffuso, di tradizioni religiose fortemente partecipate e di un artigianato ancora vitale.
Nel XIX secolo, Meana presentava una struttura produttiva tipica dei centri montani della Sardegna interna. L’agricoltura occupava un posto di rilievo, con coltivazioni di grano, orzo, legumi, patate e ortaggi, mentre il lino e la vite completavano un quadro colturale articolato. Le terre, divise tra tanche familiari e proprietà collettive, permettevano anche l’allevamento, che costituiva il vero fulcro dell’economia locale. Il patrimonio zootecnico comprendeva ovini, caprini, suini e bovini, con una produzione di formaggi, lana e carni destinata sia all’autoconsumo sia al commercio nei mercati regionali.
Fondamentale era il ruolo delle donne, protagoniste del ciclo tessile domestico: circa 250 telai erano attivi per la lavorazione del forese, una lana grezza impiegata per la confezione di indumenti e coperte. La tessitura era parte integrante dell’economia familiare e stagionale, con la vendita dei prodotti affidata spesso a reti femminili o ambulanti. Il lavoro artigianale si legava al ritmo agricolo, in un’economia di sussistenza integrata e articolata.
Nel corso del Novecento e nel XXI secolo, Meana ha conservato la sua vocazione agricolo- pastorale, pur affrontando una contrazione delle attività tradizionali. La cerealicoltura si è ridotta, ma la viticoltura ha trovato nuovo slancio grazie all’inserimento del territorio nella denominazione IGT “Mandrolisai” e alla partecipazione alla Strada del Vino Cannonau. L’allevamento, in particolare quello ovicaprino, resta centrale, con una filiera casearia basata su produzioni artigianali e trasformazioni familiari, spesso legate a momenti festivi o a eventi pubblici come la sagra del formaggio.
Parallelamente, si è sviluppato un turismo lento e identitario, che trova nel patrimonio naturale e culturale la sua principale risorsa con manifestazioni come “Domos Antigas” (all’interno della manifestazione Autunno in Barbagia), percorsi escursionistici nei boschi di Ortuabis e su Melone, il complesso archeologico del nuraghe Nolza. L’offerta culturale si intreccia con la cucina locale, le celebrazioni religiose e le tradizioni artigiane, delineando un modello di sviluppo sostenibile fortemente comunitario.
Il paese conserva un patrimonio tecnico e manuale di grande valore. Si praticano ancora la coltivazione di ortaggi e cereali in orti familiari, la vinificazione artigianale con uve autoctone come Cannonau e Muristellu, e l’allevamento ovino e caprino con trasformazione del latte in pecorini e ricotte. La tessitura tradizionale del forese, un tempo largamente diffusa, è oggi oggetto di riscoperta, così come la falegnameria e l’intaglio del legno, applicati alla produzione di strumenti agricoli, oggetti per la casa e componenti architettoniche. Nelle campagne, le costruzioni in pietra a secco, pinnazzus e recinzioni, raccontano un sapere che continua a marcare il paesaggio. Queste competenze sono oggi tramandate attraverso laboratori scolastici, iniziative associative e manifestazioni culturali, consolidando la trasmissione intergenerazionale dei saperi.
Come molti altri centri interni della Sardegna, anche Meana Sardo ha affrontato un calo demografico consistente. Tuttavia, le feste religiose e civili, come San Bartolomeo, i fuochi di Sant’Antonio che aprono il carnevale e la festa di San Giovanni, oltre a eventi come Domos Antigas, svolgono una funzione fondamentale nel contesto sociale del paese.
Le filiere produttive attive oggi a Meana Sardo si articolano attorno ad alcuni assi fondamentali: la pastorizia, con una filiera casearia corta che valorizza la qualità e l’autenticità dei prodotti; la viticoltura, come detto inserita nei circuiti IGT “Mandrolisai” e nei percorsi enoturistici regionali; l’artigianato tessile e ligneo, recuperato in chiave identitaria e turistica; l’agroalimentare tradizionale, con pane, dolci, conserve, salumi e miele; e infine il turismo culturale e archeologico, centrato su una narrazione comunitaria del paesaggio.