La comunità di Mammiferi terrestri Sardegna: un mosaico ecologico tra storia naturale e pressioni antropiche
La Sardegna, seconda isola più grande del Mediterraneo, ospita una comunità di mammiferi terrestri unica nel suo genere, frutto di una lunga storia geologica, isolamento biogeografico e influenze antropiche millenarie. A differenza della fauna continentale, l’isola presenta un numero relativamente limitato di specie native, ma con caratteristiche evolutive peculiari che la rendono un laboratorio naturale per lo studio dell’adattamento, dell’estinzione e dell’introduzione di nuove specie.
La composizione attuale della mammalofauna terrestre sarda è il risultato di una complessa combinazione di elementi autoctoni, specie endemiche ormai estinte, e numerose introduzioni avvenute sia in epoca preistorica che storica. L’assenza di alcuni grandi predatori e la presenza di mammiferi di piccola e media taglia ha generato un equilibrio ecologico differente rispetto a quello delle aree continentali.
Molti di questi animali sono infatti giunti in Sardegna insieme all’uomo, spesso involontariamente, e in alcuni casi hanno profondamente modificato gli equilibri ecologici preesistenti.
Il contesto insulare ha inoltre favorito, nel passato, la comparsa di forme endemiche uniche, come il celebre Prolagus sardus, specie estinta che visse sull’isola fino a tempi relativamente recenti. Sebbene assomigliasse a un grosso roditore, Prolagus apparteneva all’ordine dei Lagomorfi, lo stesso di conigli e lepri. Non era però un vero coniglio: Prolagus formava un genere distinto, ormai completamente estinto, i cui membri vissero in Europa dal Miocene fino al Quaternario. Comunemente noto come pika sardo, occupava ambienti rupestri, garighe e praterie aride, ma anche aree boschive e agricole. Questa specie ha rappresentato uno degli esempi più straordinari di fauna insulare relitta nel bacino del Mediterraneo.
Studiare la comunità di mammiferi terrestri della Sardegna non è solo un esercizio di interesse accademico, ma un passo fondamentale per la conservazione della biodiversità insulare. Comprendere la dinamica tra specie autoctone, introdotte e invasive è cruciale per elaborare strategie di gestione ambientale efficaci e sostenibili, in un territorio che continua a evolvere sotto la pressione congiunta di fattori ecologici e antropici.
La comunità di Mammiferi attualmente presente sul territorio regionale è stata condizionata da tre importanti eventi di natura geologica o antropologica:
1) il distacco della placca sardo-corsa dal continente europeo iniziato circa 30 milioni di anni fa (nell’Oligocene) e la sua successiva migrazione verso sud che si completò circa 6-7 milioni di anni fa (nel tardo Miocene), pur con un isolamento non sempre totale dovuto a diversi prosciugamenti dell’attuale Mar Mediterraneo. Il distacco e la migrazione della placca sardo-corsa sono all’origine di un’evoluzione differenziale della fauna sardo-corsa che ha portato allo sviluppo di alcuni paleo-endemismi e ad un numero considerevole di neo-endemismi (Azzaroli, 1983);
2) le glaciazioni che si sono susseguite fra il Pleistocene e l’Olocene e che hanno fatto registrare abbassamenti del livello del mare e migrazioni dal continente attraverso l’arcipelago Toscano (Azzaroli, 1983);
3) la storia delle popolazioni umane i cui flussi migratori iniziarono presumibilmente nel Neolitico e proseguirono nelle epoche successive, durante l’età fenicio-punica e l’età romana, spiegando le analogie fra la fauna della Sardegna e quella continentale e la contemporanea presenza di elementi faunistici propri del continente europeo e di altri propri del Nord Africa e del Medio Oriente (Wilkens, 2003).
Tutte le informazioni raccolte hanno permesso di ricostruire la storia dei Mammiferi della Sardegna, evidenziando peculiarità da valorizzare nella successiva fase del progetto.
I Mammiferi del Pleistocene superiore, rimasti isolati dopo la perdita del collegamento stabilitosi durante la regressione Cassia, si estinsero in gran parte alla fine del Pleistocene prima dell’arrivo dell’uomo. All’inizio dell’Olocene, tra i Mammiferi terrestri rimanevano solo quattro specie di piccola taglia: un insettivoro (Episoriculus similis), due roditori (Tyrrhenicola henseli e Rhagamys orthodon) e un lagomorfo (Prolagus sardus).
Probabilmente l’Episoriculus similis si estinse quasi subito, mentre le altre specie resistettero più a lungo all’impatto dell’uomo e di altre specie da lui introdotte.
Con l’arrivo dell’uomo il quadro faunistico cambiò radicalmente (Wilkens e Delussu, 2003). Durante il Neolitico, tra il VI e il V millennio a.C., giunsero con l’uomo in Sardegna le principali specie domestiche: il cane (Canis familiaris), il maiale (Sus scrofa), il bue (Bos taurus), la pecora (Ovis aries) e la capra (Capra hircus).
In quest’epoca, i reperti ossei trovati sull’isola testimoniano anche la presenza di un altro grande ungulato: il cervo (Cervus elaphus).
Altri mammiferi selvatici già presenti nel Neolitico sono il riccio (Erinaceus europaeus) e la volpe (Vulpes vulpes), probabilmente introdotti anch’essi dall’uomo, il primo come risorsa di cibo, la seconda come animale da pelliccia, dato che l’isola, se si esclude il prolago, ne era praticamente sprovvista (Wilkens e Delussu, 2003).
La storia dei mammiferi terrestri racconta quindi un equilibrio delicato, nato dall’interazione tra eventi geologici antichi, cicli climatici e attività umane protrattesi per millenni. Più che altrove, qui l’evoluzione ha seguito traiettorie originali, portando alla formazione di faune distinte, spesso effimere, come dimostra il caso emblematico del Prolagus sardus.
Questo percorso non lineare, segnato da estinzioni, colonizzazioni e introduzioni, ha lasciato un’impronta indelebile sulla composizione attuale della fauna isolana. Riconoscere le specificità della mammalofauna sarda significa comprendere le dinamiche complesse che regolano la biodiversità insulare e assumersi la responsabilità di conservarne i tratti più vulnerabili.
In un’epoca in cui i cambiamenti ambientali sono sempre più rapidi e profondi, il patrimonio faunistico della Sardegna rappresenta non solo un oggetto di studio, ma anche un riferimento prezioso per affrontare le sfide della conservazione in contesti ecologicamente sensibili.