Protostoria
Il territorio di Meana Sardo, situato nella Barbagia di Belvì, è ricco di testimonianze archeologiche che attestano una presenza umana sin dal Neolitico. Le prime tracce di insediamenti risalgono a questo periodo, come dimostrano le domus de janas di Sa Perda ‘e Sa Jana.
Al periodo preistorico si datano anche diversi menhir semplici, come quello di Istunu, o decorati come quello di Banda Era, una statua-menhir antropomorfa in granito.
L’epoca nuragica vide un’intensa attività costruttiva nel territorio, con la presenza di numerosi nuraghi, tra cui spicca il Nuraghe Nolza, uno dei monumenti più rilevanti e famosi dell’area.
Nell’area sono noti circa 18 nuraghi, di cui 5 complessi e 13 monotorre, tra i quali Maria Incantada, Su Nuraxi, Mantutzus, Intzilicorru, Banda Era, Crecos e Abrutzedu. Inoltre si contano 8 insediamenti privi di nuraghe. L’area appare quindi particolarmente controllata da un sistema di torri ben distribuite a livello geografico.
Al nuraghe Maria Incantada è legata una tomba di giganti che versa in cattivo stato di conservazione. Nel sito è ambientata una leggenda locale, che narra di Maria Incantada, una jana (fata) che abitava nel nuraghe e trascorreva le giornate tessendo fili d’oro su un telaio d’oro, cantando melodie per il suo amato tenuto prigioniero da un gigante nel vicino Cuccuru de Nolza.
Si conosce anche un’altra tomba di giganti, Forru, ma il numero esiguo di monumenti funerari si scontra con quello dei nuraghi noti e fa pensare che altre tombe potrebbero essere state distrutte o spoliate in passato.
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Bibliografia essenziale
Storia romana
Meana Sardo. Tra archeologia ed epigrafia
Nel territorio di Meana Sardo le testimonianze materiali emergono con maggiore chiarezza rispetto ai comprensori comunali limitrofi, soprattutto per merito della illuminante sintesi di Giovanni Lilliu, autore di un attento studio territoriale che ha evidenziato circa una quindicina di aree insediative frequentate in età romana e altomedievale, distribuite lungo una direttrice con orientamento tendenzialmente nord-sud e distanti in media 1,5 km tra loro.
Si registrano in particolare siti propriamente romani, come per esempio Polcilis, forse toccato direttamente dall’aliud iter, Funtana Maore, o Sa Enna ‘e sa Pira, probabilmente identificabili con realtà insediative a vocazione agricola sulla base dei rinvenimenti materiali individuati, perlopiù ceramiche e laterizi, in particolare embrici di possibile produzione locale.
Di grande rilevanza è il frequente riutilizzo degli insediamenti protostorici: il caso forse più emblematico, certamente meritevole di maggiori approfondimenti, è costituito dal villaggio a ridosso del maestoso nuraghe Nolza, dove il rinvenimento di un laterizio con marchio all’interno dell’unica capanna finora indagata testimonia senza alcun dubbio una ristrutturazione in età imperiale.
In realtà la documentazione disponibile, per quanto non decifrabile con precisione, suggerisce una possibile presenza romana in età repubblicana: un tesoretto di circa duecento monete di età repubblicana fu rinvenuto nel 1502 in località Su Sfortorgiu – Su Scusorgiu, forse collegabile a una di quelle azioni di brigantaggio dei Sardi della Barbaria che portarono a una militarizzazione della zona.
All’epoca repubblicana parrebbe ascrivibile anche una scoperta fortuita avvenuta nel 1888 in località Nuratzolu, consistente in alcuni vasi in argento e bronzo forse collegabili a un insediamento religioso del territorio meanese oppure frutto di una possibile razzia da parte delle popolazioni locali a danno dei centri vicini.
Il rinvenimento avvenne in prossimità del sito di Genna ‘e domos, dove è stata individuata un’area insediativa con tracce di frequentazione già in età repubblicana: tra i reperti recuperati assume particolare importanza anche un’iscrizione triviale, realizzata su un blocco di ignimbrite mutilo sul lato sinistro e oggi conservato all’Antiquarium Arborense di Oristano. L’importanza dell’epigrafe consiste nella sua stessa tipologia, di tipo metrico e osceno: l’iscrizione è infatti accompagnata dalla rappresentazione schematica di due falli.
Il testo latino, integrato dagli studiosi, è il seguente: [Vides d]uas berpas / [sum] tertius qui lego.
La traduzione è la seguente: Vedi due falli, il terzo sono io che leggo.
Berpas costituisce la forma betacistica del termine verpas, con riferimento all’organo genitale maschile che assume un significato dispregiativo, in linea con l’accezione popolare documentato anche oggi nella lingua italiana (equivalente di termini come “coglione”, “minchione”, “pirla”).
Al di là dell’estrema rarità delle iscrizioni metriche nella Sardegna romana, solitamente provenienti dai grandi centri urbani e di carattere sepolcrale, l’aspetto più interessante di questo documento, forse databile entro il I secolo d.C. o addirittura alla fine dell’età repubblicana, è proprio il suo carattere triviale che presuppone un contesto romanizzato, essendo indirizzato a un lettore che necessariamente doveva conoscere il latino.
Per questo motivo l’iscrizione è stata collegata a un possibile contesto militare o a un insediamento dipende dai vicini centri romani di Valentia e Uselis, documentati già nel II secolo secolo a.C.

1. Reperti di località Nuratzolu (disegni di Vincenzo Crespi da A. Mastino, R. Zucca, Verpa qui lego, «Sicilia Antiqua» 13, 2016, p. 127).

2. Iscrizione triviale di Meana Sardo (foto C. Farre).